Vicende storiche

L’Albergo dei Poveri ha cessato la sua funzione assistenziale originaria solo da pochi anni, alla fine del XX secolo, ed è stato acquisito nel 2003, in concessione cinquantennale, dall’Università degli Studi di Genova che ne sta curando la ristrutturazione interna e l’adeguamento alle nuove esigenze di utilizzo.

La costruzione di questo edificio monumentale, progettato a metà Seicento, concluse una lunga fase di riflessioni sul problema del pauperismo e dell’assistenza e di tentativi pratici di risolverlo. Con la sua struttura grandiosa l’Albergo si è inserito con forza nel panorama urbanistico della città divenendone un’emergenza visiva, situazione che conserva tuttora, specie arrivando per via di mare.

 

Dalla metà del Cinquecento, con l’apertura di Strada Nuova, cui seguì, all’inizio del Seicento, quella di Strada Balbi, l’espansione della città si era spostata verso ponente occupando gli spazi ancora non edificati all’interno della cinta muraria del 1536-1540. Accanto ad interventi come questi di tipo privato, la Repubblica varò una serie consistente di opere pubbliche in parte motivate dal coinvolgimento dei propri territori nella Guerra dei Trent’anni (1618-1648).

Braun Genova

Mappa di Genova del 1572, Georg Braun; Frans Hogenberg: Civitates Orbis Terrarum, Band 1, 1572 (Ausgabe Beschreibung vnd Contrafactur der vornembster Stät der Welt, Köln 1582; [VD16-B7188)
Universitätsbibliothek Heidelberg

Tra il 1626 e il 1634 venne costruita una nuova e più ampia cinta di muradisegnata da Ansaldo De Mari e da Giambattista Baliani che andava da Carignano a Capo di Faro passando per il monte Peralto. Si ampliò l’arsenale e il porto con la costruzione del Molo Nuovo (1638-1644), si edificarono i magazzini di Portofranco e dell’Abbondanza, l’acquedotto, i forni, nuove strade con interventi di architetti come Bartolomeo Bianco e Orazio Grassi. Anche l’assistenza e l’ordine pubblico divennero un capitolo di questo orgoglioso tentativo di rilancio della città nel contesto europeo.

 

Quando infine emerse, come inevitabile, l’idea della costruzione di un nuovo lazzaretto, la scelta cadde sulla valle di Carbonara a ponente, fuori dalle mura vecchie ma entro quelle nuove. L’edificio sarebbe stato “vicino alla città ed insieme appartato, fuori di mano ma non fuori da li occhi…abbellendo la città senza occuparla, e generando negli animi di chi l’ammira un’altissima stima della provvidenza, generosità e carità genovese” (Deza 1674-1675, capo II).

Mappa Genova 1766

Giacomo Brusco, 1766, Pianta di Genova, dalla raccolta dei Giolfi Palazzo Rosso ufficio Belle Arti. Incisa a Lucca da Gio.Lor. Guidotti

La scelta strategica della sua ubicazione è ben evidenziata nella veduta del cartografo Vincenzo Coronelli, datata 1696, dove sono messe in rilievo le mura cinquecentesche e le nuove fortificazioni seicentesche, ponendo l’accento sulla dimensione difensiva della città entro la quale sono segnalati solo alcuni edifici eminenti: la chiesa degli Angeli presso il baluardo degli Angeli, l’Arsenale, l’Albergo dei Poveri, il Palazzo Reale del doge e, oltre il Bisagno, il Lazzaretto della Foce.

 

La posizione di privilegio sia visivo sia ideologico dell’Albergo dei Poveri nel panorama della città, si conservò fino al Novecento, anche se non mancarono, a partire dall’Illuminismo le polemiche sul suo funzionamento e la pubblicistica ora denigratoria ora esaltatoria dell’istituzione. La facciata dell’Albergo, di fronte o di scorcio fu riprodotta costantemente in vedute di Genova, nel secondo Settecento e per tutto l’Ottocento, come uno degli aspetti più caratterizzanti della città.

 

La tipologia di pianta, a croce greca, fu, in un certo senso, obbligata. Tutta l’architettura assistenziale del Quattro-Cinquecento, era andata in quella direzione per motivi sia pratici sia simbolici. La forma a croce evocava le sofferenze di Cristo mentre la cappella, una vera e propria chiesa, come nella versione definitiva dell’Albergo al centro della crociera, ne era il cuore. Essa doveva essere vista da ogni lato in modo da permettere a tutti di assistere alle funzioni liturgiche.

 

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Pianta e alzato Albergo dei Poveri (pianta Barabino)
Anonimo, 1835

Il modello del Filarete per l’Ospedale Maggiore di Milano (1451), divulgato in tutta Europa, costituiva un punto di riferimento imprescindibile. Ad esso si era rifatto, pur su basi ideologiche in parte diverse, anche il monastero di El Escorial voluto da Filippo II, terminato nel 1586 e divulgato attraverso una serie di famose incisioni.

 

Qui l’architettura monastica-ospedaliera assumeva ormai una dimensione gigantesca a testimoniare la gloria di Dio e il potere dei committenti. In Francia è Lione che sviluppa l’architettura assistenziale nell’Ospedale de la Charité, terminato nel 1620 e articolato in nove cortili quadrangolari, poi nell’Hotel Dieu, il cui progetto di rinnovamento presentato nel gennaio del 1623, prevedeva quattro grandiosi edifici disposti a croce greca con al centro una cappella cupolata.

Ospedale maggiore Milano

Pianta dell’Ospedale Maggiore di Milano

L’architetto Jacques Blanc, già attivo alla Charité, venne incaricato di riprodurre la pianta in parecchi esemplari, uno dei quali su cartone da conservare in archivio ma, come per l’Albergo di Genova, non sono state finora identificate copie dell’incisione originale. I lavori, finanziati quasi esclusivamente da privati, i cui stemmi vennero collocati nell’edificio, furono terminati tra il 1630 e il 1637, ma la cupola centrale, ulteriormente sopraelevata, fu conclusa nel marzo del 1656.

 

Il perdurare anche nel Seicento della tipologia a croce greca come modello ideale per l’architettura assistenziale è testimoniato dalle due piante pubblicate da Joseph Furttenbach nel 1628 nella sua Architectura civilis come prototipo di “ospedale all’italiana” e, ancora nel 1638 nella Architectura universalis come modello per un grosses Lazarett.

 

Ormai era in atto in tutta Europa la reclusione dei poveri in istituti che potevano essere ad un tempo ospedali, case di correzione e opifici.

Lyon hopital charite

Portraict du magnifique bastiment de l’Hospital de la Charité de la ville de Lyon, 1647
Archives des Hospices civils de Lyon

Del 1656 è la fondazione del famoso Ospedale Generale di Parigi su iniziativa della Compagnia del Santo Sacramento e su progetto di Lescaut. Ma, dopo la creazione di questo istituto, l’intervento del potere pubblico in Francia si fece più sollecito e capillare. Un editto reale del 1662 ordinava l’istituzione di un ospedale generale, termine con cui venivano genericamente indicati questi stabilimenti in Francia, in tutte le città o grossi borghi del regno.

 

Da parte sua Luigi XIV nel 1670 ordinava la costruzione dell’immenso Hostel Royal des Invalides per i reduci delle guerre. Ancora un grande quadrilatero con cortili interni e una facciata monumentale su disegno di Libéral Bruant, mentre la grandiosa chiesa con cupola fu progettata nel 1676 da Jules Hardouin-Mansart.
Complesso che ospita la tomba di Napoleone ed è attualmente sede museale.

hotel des invalides

Hotel des Invalides

Naturalmente tra gli ospedali rinascimentali, destinati ad accogliere qualche centinaio di ricoverati, e queste realizzazioni seicentesche, in cui dovevano trovare ospitalità migliaia di persone, quello che colpisce è il dimensionamento.
Si trattava ora di costruire vere e proprie città, come testimonia anche la loro ubicazione in zone per lo più periferiche, città murate che avrebbero dovuto essere funzionalmente ed economicamente autonome.
L’immagine speculare, ovviamente più dimessa, delle dimore reali europee seicentesche.

 

Nel panorama del “grande internamento” dei poveri, l’Albergo di Genova si colloca ad una data precoce, in linea con le disposizioni e le realizzazioni dei grandi Stati europei come la Francia.
Nel 1653 fu creata una deputazione per la fabbrica del “nuovo lazzaretto”, in cui figurava Emanuele Brignole, d’ora innanzi sempre presente, che il 7 febbraio venne delegato dai colleghi, ad occuparsi dell’acquisto dei terreni.

 

Per l’edificazione del nuovo complesso assistenziale la scelta cadde sulla valletta di Carbonara, tra le vecchie e le nuove mura, molto scoscesa e quindi poco appetibile per la speculazione edilizia, ma dotata di acqua, di aria buona e dal cui sbancamento si prevedeva di ricavare il materiale per la costruzione. I capitali per coprire le ingenti spese furono in parte reperiti conun complesso sistema di deroghe, concesse dal Magistrato dei Poveri, sui lasciti istituiti in colonne del Banco di San Giorgio da privati cittadini nei secoli precedenti e destinati a questo tipo di beneficenza e in larga parte dai donativi dei grandi benefattori contemporanei.

 

Confluirono inoltre nell’Albergo istituzioni caritative preesistenti con beni ed assistiti.
Nel novembre del 1655 furono acquistati i primi terreni in Carbonara e il 1° dicembre fu affidata al Brignole, coadiuvato da Oberto Torre, la cura dell’erezione del nuovo reclusorio.
Negli stessi anni Emanuele Brignole aveva assunto un’altra gravosa incombenza, il controllo e l’amministrazione dei lavori del nuovo Seminario voluto dal cardinale Stefano Durazzo. L’edificio grandioso del Seminario, ora sede della Biblioteca Civica Berio, fu terminato nel giugno del 1657. Tra gli architetti che furono coinvolti in questo progetto figurano Gerolamo Gandolfo, Antonio Torriglia e Pier Antonio Corradi che risultano tra i progettisti dell’Albergo insieme a Giovan Battista Ghiso.

Secondo il Soprani questi quattro architetti furono invitati a fornire disegni, in una sorta di concorso di idee. In seguito due di essi furono incaricati di formarne dai quattro uno solo, cosa che fecero realizzando il modello della costruzione iniziata di lì a poco. La presenza di diversi progetti, insieme alla probabile necessità, in fase operativa, di attuare degli inevitabili aggiustamenti a fronte delle difficoltà poste dalla realizzazione di una fabbrica così grandiosa e nuova, dà forse conto delle discrepanze rilevate tra i pochi documenti grafici, più o meno contemporanei, che ci sono pervenuti.

 

Anche la prassi operativa, di gruppo, è originale ma non una novità per Genova dove le maestranze avevano una tradizione in questo senso come testimonia la redazione del modello del 1656 (Genova, Museo di Sant’Agostino), il primo rilievo ufficiale della città entro le vecchie mura ordinato dalla Magistratura urbanistica dei Padri del Comune cui parteciparono, escluso il Gandolfo, tutti gli architetti citati per l’Albergo più il Garrè, Gio Battista Bianco, lo Storace e il Torriglia.

Secondo il Banchero, l’edificio fu dichiarato opus publicum il 20 aprile 1656. Il 18 maggio iniziavano i pagamenti relativi a varie categorie di artigiani (muratori, piccapietra, fabbri, falegnami). Nella stessa data furono pagate anche somme diverse agli architetti Gio Batta Ghiso e Geronimo Gandolfo relative al periodo febbraio-maggio.

Quest’ultimo venne nominato “architetto alla fabrica” nel giugno con salario di lire 1.200 annue. L’ultimo pagamento al Gandolfo, morto di peste, è registrato il 6 ottobre 1657 con riferimento al periodo giugno 1656 – giugno 1657. Non sappiamo chi fu chiamato a succedergli, forse Giovan Battista Ghiso che ricevette un pagamento il 2 novembre 1658. In seguito, intorno al 1660-1661, sembra aver avuto un ruolo notevole l’architetto-ingegnere-cartografo Stefano Scaniglia, che nel 1661 risulta attivo per i Sauli come architetto della basilica di Carignano e progettista della loro cappella gentilizia nella perduta chiesa di San Domenico, ma lavora anche come tecnico per il Magistrato di Guerra.

Nell’emergenza della terribile pestilenza che si abbatté sulla città nel 1656-1657 decimando la popolazione, si decise di seppellire i corpi degli appestati nelle fondamenta dell’Albergo e di dedicare la chiesa del complesso, la cui prima pietra fu posta il 28 aprile 1657, alla Vergine Immacolata come voto per la cessazione della moria.

 

Per facilitare il trasporto dei materiali e l’accesso delle maestranze e dei Protettori al cantiere, nel 1660 si approvò l’apertura di un portello nelle mura della città e la costruzione del viale rettilineo che tuttora immette all’edificio. Il progetto è documentato in un disegno anonimo datato 11 gennaio 1660 in cui compare anche una parte della zona sud del fabbricato.
Questa è la più antica testimonianza grafica in relazione all’Albergo che si sia conservata. È infatti irreperibile l’incisione della pianta del complesso, richiesta come modello in Italia e in Europa fino a Settecento inoltrato, e attribuita dalle fonti all’architetto Stefano Scaniglia, che forse potrebbe essere l’autore anche del disegno della strada.

 

La pianta completa più antica che si conservi dell’Albergo è quella incisa sul cartiglio che tiene in mano Angelo Giovanni Spinola nella statua in stucco di Giovan Battista Barberini collocata in una nicchia del ballatoio dello scalone di sinistra tra il 1671 e il 1673. Lo Spinola mostra un foglio, più probabilmente un’incisione, che potrebbe proprio essere tratta da quella dello Scaniglia, ora dispersa. Alcune differenze con il disegno del 1660, che peraltro si riferisce al piano sottostante l’atrio d’ingresso, fanno ritenere che l’elaborazione definitiva del grande quadrato sia avvenuta proprio nei primi anni sessanta.

 

Nella pianta dello Spinola si rilevano i porticati aperti sulle “piazze”, progetto che si coltivò a lungo visto che le fondamentanei piani sottostanti del braccio est sono state costruite in previsione dei portici superiori, poi tamponati.

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Raffigurazione di Angelo Giovanni Spinola, statua in stucco
Giovan Battista Barberini, 1625 – Collocata in una nicchia del ballatoio dello scalone di sinistra tra il 1671 e il 1673

La destinazione dei locali della crociera non doveva essere stata ancora precisata, pur se dobbiamo immaginare almeno una cappella centrale, mentre più definito è il perimetro con una serie di stanze in successione disimpegnate dai corridoi porticati e destinate in parte a laboratori o ad abitazioni. Precise didascalie sulla destinazione dei vari spazi interni sono presenti in un’altra pianta conservata presso la Collezione Topografica del Comune di Genova.

 

Si tratta della cosiddetta pianta Barabino perché fu rinvenuta tra le carte dell’architetto Carlo Barabino (1768-1835). Si riferisce al piano della chiesa e in base a riscontri interni potrebbe rifarsi ad un esemplare del 1675-1676 ma con alcune incongruenze che portano a concludere che si tratti di un collage, un foglio di studio ad uso e consumo del Barabino stesso impegnato nel progetto del manicomio edificato intorno al 1830 nella zona di San Vincenzo e ora demolito.

L’immagine più antica dell’alzato virtuale dell’Albergo, ci è conservata in una veduta a volo d’uccello, copia di Michele Poggi (1874) da un’incisione perduta su disegno di Sebastiano Monchio. Il foglio, intitolato Dissegno del nuovo Albergo dei Poveri di Genova incominciato l’anno 1654 (sic), fu inciso da Jean Fayneau, attivo a Torino per i Savoia e autore delle incisioni che corredano il Trattato di architettura di Guarino Guarini pubblicato postumo nel 1686 a cura dei confratelli Teatini. La veduta, probabilmente commissionata per la diffusione, come la pianta dello Scaniglia, immagina l’alzato come avrebbe dovuto essere se la mole fosse stata completata. Probabilmente realizzata ante 1676- 1677, cioè prima del definitivo ridimensionamento del lato ovest, presenta un edificio imponente e severo in cui risalta il corpo centrale avanzato della facciata cui si accede da un cavaliere in asse con l’ampio viale d’accesso. Sono evidenziate le mura con la guarnigione richiesta dal Magistrato di Guerra e, sulla sinistra, il portello aperto nelle mura stesse cui si contrappone la chiesa del Carmine.

 

Nel 1664 entravano i primi ospiti, le donne già trasferite a Bregara. Nel 1667 fu la volta degli uomini: quelli di San Girolamo, i vecchi di Carignano, i putti spersi, cioè alcune tra le varie istituzioni preesistenti destinate a confluire nella nuova istituzione. Nel 1666 il Magistrato dei Poveri pose fine all’amministrazione diretta dell’Albergo e nominò una Deputazione formata da quattro Rettori con compiti specifici, tra i quali era Emanuele Brignole. Da questo momento il Brignole si fece carico della conduzione dei lavori e del reperimento dei fondi, anticipando o donando grosse somme di denaro. Nel 1667 egli concordò col Magistrato dei Poveri di portare a termine tre corpi di fabbrica: i bracci a levante – a sud e a nord – e il corpo di collegamento dal torrione sud-est fino all’incrocio con il braccio centrale, sempre ad est, destinato a diventare l’oratorio delle donne.

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Disegno del nuovo Albergo dei Poveri di Genova
Copia di Michele Poggi (1874) da un’incisione perduta di Jean Fayneau su disegno di Sebastiano Monchio

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Nell’agosto del 1666 Emanuele Brignole, che più volte ribadì l’importanza della chiesa come cuore dell’istituzione, aveva commissionato a sue spese al celebre scultore marsigliese Pierre Puget la statua dell’Immacolata tuttora sull’altare maggiore. La presenza del Puget a Genova (1662/63-1671), proprio negli anni cruciali dell’edificazione dell’Albergo e il suo rapporto di fiducia con il Brignole, avvalorano l’ipotesi di un suo intervento anche nell’elaborazione formale della chiesa. Il Brignole gli commissionò anche un progetto per l’altare maggiore, non eseguito, che avrebbe dovuto essere simile in grandiosità a quello di San Siro. Anche la qualificazione del corpo centrale della facciata con l’uso dell’ordine gigante su un alto zoccolo a bugnato che non ha precedenti a Genova ma rimanda alla cultura barocca di matrice romana e berniniana, si potrebbe far risalire ad un’idea del marsigliese.

 

Nel 1676 l’architetto Pietro Antonio Corradi firmava una perizia relativa al primo lotto dei lavori, buona parte dell’attuale ala est dell’edificio, in cui si specifica che “poche cose rimaneano da fornirsi”.
Il 16 marzo 1677 Emanuele Brignole stipulava con l’Ufficio dei Poveri un contratto per nuovi lavori ammontante a 15.000 scudi e l’8 giugno 1677, nel suo testamento, lasciava i dieci venteni del suo immenso patrimonio per completare le parti della fabbrica segnate in rosso in un disegno da lui commissionato a maestro Gio Canneva che tuttavia il 7 novembre del 1678, morto ormai il Brignole (8 gennaio 1678), non era ancora stato consegnato.
Rimaneva da completare la parte segnata in verde nel disegno, per la quale il Brignole nel testamento si era espresso dicendo che “dubita debba lungamente rimanere imperfetta”, e che probabilmente comprendeva il completamento del quadrato e della facciata ad ovest che richiedevano imponenti sbancamenti.

gauthier - Albergo dei Poveri Genova

Albergo dei Poveri, elevation principale, Coupe principale PI. 47 da M.P. GAUTHIER, Les plus beaux edifices de la ville de Genes et de ses environs, Paris 1818-32

Come documento visivo della situazione a quella data si può assumere il ritratto di Emanuele Brignole, eseguito dopo la sua morte, visto l’atteggiamento schivo da lui tenuto in vita e probabilmente lo stesso pagato lire 75,4 da Giuseppe Maria Durazzo il 30 dicembre 1678. Nel ritratto il grande benefattore indica la facciata dell’Albergo, ancora priva dell’ala a ponente.

Solo l’8 febbraio del 1740 la fideicommissaria del Brignole fu informata che i lavori previsti erano stati terminati e che pertanto era “venuto il caso che Il Magistrato Ill.mo possa godere del legato lasciatogli dallo stesso Brignole”. Rimanevano da completare l’ala a ponente e la facciata ad ovest.

I lavori furono ripresi solo nel terzo decennio dell’Ottocento. Si conserva nell’Archivio dell’Albergo un disegno, datato 31 gennaio 1832, firmato dall’architetto Benedetto Cervetto che presenta un interessante progetto, non realizzato, di ristrutturazione della parte centrale della facciata in senso neoclassico, con un frontone al posto della facciata a vento che ospitava il perduto affresco di Giovan Battista Carlone.

Tra il 1834 e il ’36 fu portato a termine il lato ovest della facciata con la costruzione del torrione. Un altro disegno anonimo, sempre nell’Archivio dell’Albergo, databile agli anni Trenta dell’Ottocento, mostra l’alzato con il torrione ovest ormai realizzato mentre manca ancora il lungo corridoio di collegamento nord-sud previsto. Gli interventi successivi riguardano solo la sopraelevazione, fino al livello del portone d’ingresso, della strada antistante l’edificio con lo spostamento degli scaloni esterni e alcune modifiche interne di natura funzionale.

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Mappa di Genova, 1855
Fonte www.stagniweb.it

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