Statue

Tra i beni di proprietà della storica istituzione certamente un posto, anche simbolicamente esclusivo, è ricoperto dalle cosiddette statue dei Protettori o Benefattori, volute da Emanuele Brignole come memoria ed esempio, secondo la modalità già praticata in istituzioni più antiche come il Banco di San Giorgio o gli Ospedali di Pammatone e degli Incurabili.

 

Nel Seicento forte è l’enfasi con cui i singoli personaggi vengono descritti, spesso proprio nel momento e nel gesto dell’offerta o in dimensioni eccezionalmente ingrandite, soprattutto rispetto alle esili figure dei miseri soccorsi; nel secolo successivo invece le priorità si modificano e sembra prevalere la volontà di sottolineare notazioni di costume e qualificazioni sociali; nell’Ottocento, infine, di primaria importanza diventa l’accurata resa ritrattistica, con un’indagine sull’aspetto realista tipico delle linee espressive del periodo.

 

Nelle nicchie delle scale e dell’atrio superiore si contano otto statue in stucco, tutte realizzate da Giovanni Battista Barberini tra il 1671 e il 1673. Lungo i due scaloni si riconoscono l’allegoria femminile della Provvidenza connotata da una serie di consueti attributi iconografici, a seguire Gerolamo Grimaldi (de peculio meo aurum et argentum do.) grazie al cui lascito l’Albergo poté beneficiare di ben 60.000 scudi d’argento, Ettore Vernazza (qui congregat diversos) raffigurato mentre protegge col braccio sinistro un fanciullo e con la mano destra indica la pianta dell’Albergo tenuta nelle mani dalla statua che lo fronteggia dedicata ad Angelo Gio Spinola (ut aedificem et plantem), tutte immagini emblematiche, di personaggi vissuti tra il Quattro e il Cinquecento che con la loro generosità avevano posto le basi spirituali ed economiche per la nuova fondazione.

Al piano superiore invece quattro amici e collaboratori di Emanuele Brignole, anche per questo effigiati con particolare cura e correttezza fisiognomica, si tratta di: Iacopo Filippo Durazzo (et ut fac similiter), Gio Francesco Granello (pater eram voleis), il cugino Anton Giulio Brignole Sale (senatoria et togae Ignatii sagum praetulit et esse maluit orator in templis) e il pio Franco Borsotto.

 

Anche grazie alle dimensioni queste otto sculture, modellate in posture tanto scenografiche ed enfatiche, dovettero essere straordinarie calamite per altri benefattori che trassero il buon esempio, tentando di emulare lo slancio caritatevole di questi giganti della carità genovase.

 

Con la scomparsa di Emanuele si perse però il forte e profondo significato umano di questa volontà di committenza e di memoria.
Le statue successive, simmetricamente disposte negli spazi aperti al pubblico, tutte in marmo, appaiono meno ricercate nella qualità artistica e prive di quell’enfasi empatica che caratterizza la retorica di gesti ed espressioni della produzione barberiniana.

 

Anna Manzitti

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